Formazione AI obbligatoria: meno di un'azienda su cinque l'ha avviata
Di tutto l'AI Act, l'articolo 4 è il pezzo che le aziende continuano a non vedere. Sta in fondo alla lista delle preoccupazioni, subito dopo cose che in molti casi non le riguardano nemmeno. Eppure è l'unico obbligo del regolamento che si applica a chiunque usi l'AI in azienda, senza distinzioni di rischio, di settore o di dimensione. Secondo un'indagine di AIDAPT ripresa da Open sull'obbligo di formazione AI per i dipendenti (open.online), meno di un'impresa italiana su cinque ha avviato percorsi di formazione dedicati. Il motivo per cui è stato ignorato ha una spiegazione precisa, e non è la pigrizia: se andate a cercare la multa per chi non lo rispetta, non la trovate. Non esiste. Il che non vuol dire che vi convenga saltarlo, e la ragione è la parte interessante.
Cosa chiede l'articolo 4
Il testo è corto e per una volta si legge senza avvocato. Fornitori e utilizzatori di sistemi di AI devono adottare misure per garantire un livello sufficiente di alfabetizzazione del proprio personale, tenendo conto delle conoscenze tecniche di quelle persone, del contesto in cui i sistemi vengono usati e delle persone su cui i sistemi hanno effetto.
Le parole importanti sono due. "Utilizzatori" perché include la vostra azienda anche se non avete mai scritto una riga di codice: se usate uno strumento AI nel lavoro, siete deployer e l'obbligo vi riguarda. "Sufficiente" perché il regolamento non fissa ore, programmi o certificazioni. Chiede un risultato, e lascia a voi la scelta di come arrivarci.
Questa libertà è il motivo per cui molti hanno rimandato. Senza un numero di ore da rispettare, l'obbligo sembra vago, e le cose vaghe finiscono in fondo alla lista. Il problema è che vago non vuol dire opzionale: in caso di contestazione, l'onere di dimostrare che il livello era sufficiente è vostro.
Chi va formato, davvero
La risposta breve è: chi tocca lo strumento e chi decide sulla base di quello che lo strumento produce. La risposta lunga è più scomoda, perché quasi sempre l'elenco è più largo di quello che l'azienda immagina.
Se l'ufficio marketing genera testi, va formato. Se l'amministrazione usa un sistema che legge le fatture, va formato, e questo vale anche quando il flusso è quello che abbiamo descritto parlando di document automation ed estrazione dati da fatture e contratti: il fatto che la macchina lavori bene non toglie a nessuno la responsabilità di sapere quando sbaglia. Se le risorse umane usano uno screening automatico dei curriculum, vanno formate, e lì la posta è più alta perché si entra nella zona dell'alto rischio. Se il commerciale ha un copilota che risponde sui dati aziendali, va formato anche lui.
Poi ci sono le persone che nessuno mette in lista: quelle che usano strumenti AI senza dirlo. È la shadow AI, e secondo la stessa indagine AIDAPT riguarda almeno il 27% dei dipendenti. Sono le più esposte, perché usano strumenti che l'azienda non ha valutato, su dati che l'azienda non sa di aver esposto.
Come si dimostra
Qui sta la differenza tra aver fatto formazione e poterlo provare. Un'ora di riunione in cui il titolare spiega ai suoi che con ChatGPT bisogna stare attenti è formazione utile e non vale niente come prova.
Serve qualcosa di ricostruibile a distanza di due anni:
- Un registro di chi ha partecipato e quando. Nomi, data, durata, firma o traccia digitale. È la parte più noiosa ed è la prima che vi chiedono.
- I materiali usati, conservati. Le slide, il documento, la registrazione. Conta il contenuto, non la forma: deve essere chiaro che avete parlato di rischi e limiti, non solo di come si scrive un prompt.
- Una policy interna scritta. Cosa si può usare, su quali dati, con quale supervisione umana. È il documento che dà senso alla formazione, perché stabilisce le regole che state insegnando.
- Un aggiornamento periodico. Non un rito annuale per la carta: gli strumenti cambiano ogni pochi mesi, e una formazione ferma al 2024 racconta di un'azienda che ha fatto il compitino e poi ha smesso di guardare.
Il livello richiesto cambia con il ruolo. A chi genera immagini per i social serve capire l'obbligo di etichettatura, quello di cui abbiamo scritto nell'articolo su trasparenza dei contenuti AI e watermarking. A chi decide su una selezione di personale serve molto di più, perché lì gli errori del sistema diventano discriminazione.
La multa che non c'è (e quella che c'è)
Qui va detta una cosa che in giro si legge scritta male, spesso con cifre da titolo. L'articolo 99 del regolamento elenca in modo tassativo le norme la cui violazione fa scattare una sanzione. Il paragrafo 4, quello della fascia fino a 15 milioni o al 3% del fatturato, nomina gli articoli 16, 22, 23, 24, 26, 31, 33, 34 e 50. L'articolo 4 non è in quell'elenco. Non c'è nemmeno nelle altre fasce.
Quindi no: nessuna autorità vi multerà per non aver formato il personale. Chi vi dice che rischiate 15 milioni per l'articolo 4 non ha letto l'articolo 99, e potete verificarlo in dieci minuti sul testo del regolamento su EUR-Lex (eur-lex.europa.eu).
La sanzione arriva per un'altra strada, ed è più insidiosa. Lo stesso articolo 99, al paragrafo 7, elenca i criteri con cui l'autorità decide quanto farvi pagare quando vi contesta qualcos'altro. Alla lettera g c'è il grado di responsabilità dell'operatore, tenuto conto delle misure che aveva adottato. La formazione è una di quelle misure.
Tradotto: il giorno in cui vi contestano un chatbot che non si è dichiarato, o una decisione presa male su un sistema che nessuno sapeva usare, la domanda non sarà se avevate formato le persone. Sarà quanto vi costa non averlo fatto, sommato al resto. Chi viene dal GDPR conosce già questo meccanismo: le misure organizzative non si sanzionano da sole, pesano su tutto il resto. L'articolo 4 non è una multa da evitare, è un'attenuante da costruire prima che serva.
Perché conviene comunque
C'è poi un motivo che con le sanzioni non c'entra, e lo vediamo nei progetti. I dati Istat dicono che tra le imprese che hanno valutato l'AI senza poi adottarla, il 58,6% indica la mancanza di competenze come ostacolo principale. È la stessa cosa che abbiamo raccontato quando abbiamo scritto dei progetti AI che non arrivano mai a produrre risultati: il modello quasi non c'entra, quello che manca è la capacità delle persone di usarlo bene e di accorgersi quando sbaglia.
La formazione dell'articolo 4 e la formazione che serve per far funzionare un progetto AI sono in gran parte la stessa cosa. Una la dovete fare per legge, l'altra la dovreste fare comunque. Farle insieme è l'unico modo per non buttare via il budget.
Scarica la checklist di conformità AI Act, con la parte sulla formazione
6 sezioni, 17 voci da spuntare, comprese quelle sull'articolo 4: cosa serve per dimostrare che la formazione erogata è sufficiente e come tenere il registro dei partecipanti. Utile soprattutto se in azienda non avete ancora iniziato, come la maggioranza delle imprese italiane. In cambio della tua email.
La lettura di Latentia
L'articolo 4 ci sembra la parte meglio scritta dell'AI Act, e sospettiamo di essere in minoranza. Non impone un programma, non crea un albo di formatori, non richiede una certificazione da comprare. Dice che chi usa uno strumento deve capirlo, e lascia all'azienda il compito di decidere cosa significhi nel suo caso.
Il rischio è che questa flessibilità venga usata come scusa per non fare niente fino alla prima ispezione, e poi comprare un corso da 300 euro a testa che nessuno guarderà. Sarebbe uno spreco doppio: soldi buttati e persone che continuano a incollare contratti dentro chatbot pubblici.
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